Supporting a sister in visual arts – Flavia Morra

Flavia Morra

Illustrazione e Psicologia

Come disse Shakespeare in Sogno di una Notte di Mezza Estate,
“Lo scopo dell’arte è di dare una forma alla vita”.

L’arte é quindi una finestra sul nostro vissuto, noi siamo le storie che raccontiamo e questo da forma alla nostra percezione della realtà. La vita che viviamo é un percorso in avanti fatto di esperienze positive e negative. Queste ultime sono quelle che ci rafforzano come individui, che ci mettono alla prova e che andrebbero osservate e comprese, invece che essere messe all’angolo e negate dai pregiudizi.

Eppure la società odierna é sempre più volta alla positività forzata, alla negazione delle emozioni dette “negative”, porta spesso tantissime persone a pensare di “aver fallito”. Perché?

Perché i pregiudizi ci danno un’idea sbagliata dei mostri, non solo quelli del mondo della fantasia, ma soprattutto quelli nella nostra testa quando diventiamo adulti? Perché non possiamo accettare la paura come una componente normale della nostra vita? Perché vogliamo a tutti i costi sconfiggerla? E perché se non riusciamo in un’impresa dobbiamo necessariamente parlare di sconfitta?

Ne parliamo con Flavia Morra, psicoterapeuta ed illustratrice che esplora, attraverso le sue storie illustrate, esperienze, domande profonde o controverse e spesso oggetto di pubblici dibattiti Approfondiamo con lei alcuni aspetti riguardanti l’apprendimento dei bambini, l’approccio psicologico e terapeutico unito al disegno e come lei stessa ha vissuto e vive ora le emozioni sul successo e sulla sconfitta.

Guardando il tuo portfolio nella collana “Little Monster” nessun bambino sembra avere paura dei mostri. Che messaggio volevi trasmettere? Cosa volevi evocare?
La serie “Little Monsters” è nata da una riflessione sull’influenza dell’aspetto fisico dell’altro nella costruzione di un’idea pregiudiziale su alcune sue caratteristiche negative solo immaginate e, magari, mai esperite. Ho cercato di fare una riflessione lombrosiana al contrario che lasciasse intendere, attraverso un tratto infantile e colori pastello, quanto sbagliato possa essere, la maggior parte delle volte, giudicare il mondo attraverso gli occhiali del bello. Mi divertiva anche inserire un personaggio così cupo e alieno in contesti casalinghi, stanzette “cozy”, biscotti, cucine dove si ruba la marmellata o si preparano torte al cioccolato, ho amato accentuare il contrasto tra gli elementi. L’intera serie è stata costruita per un portfolio rivolto all’editoria per l’infanzia, perché ho sempre notato che, anche quando si tratta il tema della mostruosità, nella letteratura per l’infanzia c’è sempre la tendenza a costruire il mostro con sembianze carine e rassicuranti. La mia percezione dell’infanzia e di quello che piace ai bambini, invece, è diversa, non credo che loro abbiano paura del brutto e dell’oscuro, dell’alieno che non somiglia ad E.T., credo che l’unica cosa che spaventerebbe un bambino è leggere una storia macabra o francamente paurosa senza i propri genitori accanto. Il portfolio non ha avuto nessun riscontro presso gli editori, per cui tutta questa mia elucubrazione potrebbe essere un’enorme cantonata di cui, tuttavia, sono ancora convinta.

Perché i bambini hanno paura dei mostri e come possono smettere di avere paura?
Non credo che i bambini siano spaventati dai mostri più di quanto non lo siano dall’ignoto, dall’ambiguità educativa, ovvero la mancanza di corrispondenza tra regole date e conseguenze derivanti dalla loro infrazione, e dalla mancanza di spiegazioni chiare e oneste sui misteri del mondo e delle relazioni. Per quel che concerne la possibilità di smettere di avere paura, mi auguro che un’eventualità del genere non sia mai possibile, la paura serve a regolare le nostre azioni riconoscendo limiti oltre i quali non possiamo o non vogliamo andare, accettare di avere paura, anche una paura irrazionale, significa anche accettare che siamo imperfetti e che, nonostante questo, non perdiamo il diritto di vivere, di farlo serenamente, di essere considerati individui validi, complessi e multisfaccetati. Se imparassimo ad accettare che esiste la paura ed è un’emozione utile, che non devasta e non distrugge e che non deve necessariamente essere sconfitta per poterci meritare la medaglia della normalità, forse riusciremmo a fare un passo in più nel processo di maturazione, che dura pressappoco una vita intera.

Quanto può aiutare il disegno, e l’arte in genere, nella cura di traumi o nei disordini psicologici?
Nella mia pratica clinica uso spesso l’arte, la letteratura e la musica, perché parlano attraverso simboli universali che travalicano differenze culturali e individuali. Le persone, a volte, capiscono meglio il concetto che intendo passare se mi lascio aiutare dagli artisti, solitamente utilizzo quelle forme espressive su cui c’è feeling da entrambe le parti, sarebbe controproducente parlare di arte rinascimentale se ho a che fare con un adolescente, a meno che l’adolescente non abbia la passione per l’arte rinascimentale, ovviamente. Non uso mai i miei lavori durante le terapie, sarebbe uno sconfinare rischioso di un aspetto personale molto intimo in un contesto clinico dove la mia personalità, i miei gusti e le mie idee sul mondo hanno un’importanza assolutamente marginale nella costruzione dell’alleanza terapeutica.

Come viene visto in Italia l’approccio psicologico e terapeutico unito al disegno? Hai esperienze di arte terapia?
Non ho mai lavorato con l’arteterapia perché non ho una formazione specifica e ho l’obbligo morale, nonché deontologico, di non usare tecniche terapeutiche senza la dovuta formazione e certificazione. Tuttavia ho molto rispetto per un approccio terapeutico che consente l’espressione di traumi, dolore e sofferenza attraverso l’arte. So che in Italia viene utilizzata nei Centri di Salute Mentale e ha anche l’enorme vantaggio di far avvicinare i cosiddetti “normali” al mondo dei disturbi mentali, attraverso le mostre delle opere si abbatte il muro dell’incomunicabilità, dell’alienità e della paura.

Tu come ti sei appassionata al disegno? Da cosa sei partita e come si è evoluta la tua tecnica?
Disegno da quando ero bambina e disegnerò finché sarò capace di tenere una penna in mano, è l’attività che dà senso alla mia esistenza, l’unica senza la quale mi sentirei incompleta, ricavarne o meno reddito è secondario, anche perché inseguire le regole del mercato e le mode può portarti molto lontano da quello che ami fare. Sono stata autodidatta per la maggior parte del tempo, ho frequentato un corso di illustrazione di due anni da cui ho imparato tanto e che mi ha permesso di apprendere tecniche con cui non mi sarei mai misurata se avessi continuato da sola. Per anni ho usato la penna perché era la tecnica meno costosa, mi piaceva e mi piace tuttora il tratteggio attraverso cui potevo dare libero sfogo al mio perfezionismo, è quasi un esercizio zen se si riesce a lasciar perdere la fretta di finire e si lascia fluire il tempo, e i pensieri con esso, mentre la penna scorre in tratti ordinati. Ho molto amato gli acquerelli, andando un po’ a naso e fallendo spesso quando provavo ad uscire da quelle poche nozioni che avevo imparato attraverso infiniti processi di prove ed errori. Ho provato ad inserire il colore nel mio mondo in bianco e nero in modo assolutamente casuale, quando ho studiato e capito la teoria del colore mi si è aperto un mondo in cui mi sento ancora un’ospite un po’ imbranata.

Quali sono gli strumenti che usi più spesso per disegnare? Che tecniche prediligi e perchè?
Negli ultimi anni sto usando molto il digitale, che mi piace specialmente per l’indubbio risparmio di tempo e materiali costosi, lo uso quando lavoro su commissioni e progetti che hanno una scadenza, per poter risolvere ogni errore con un click e poter apportare modifiche richieste dal committente senza rischiare di buttare via un foglio e ricominciare da capo. Quando disegno per me sola, per il puro piacere di farlo, però, uso le gouache, perché riescono a darmi la freschezza dell’acquerello, la coprenza dell’acrilico e la vivacità dell’olio e tutto senza sprecare una sola goccia di colore, visto che se asciutte, basta una goccia d’acqua per poterle riusare. Se avessi uno spazio apposito lavorerei molto di più con l’olio, che presuppone l’uso di materiali tossici, dall’odore molto forte, che lo rendono incompatibile con una stanza da letto. Cerco di far coesistere limiti fisici e ambientali con la mia necessità di sperimentazione. Se avessi uno studio proverei la scultura, l’incisione, le bombolette spray, ma siccome non ne ho uno, uso quello che posso senza troppi crucci, anche perché rifiuto totalmente l’idea di potere essere bravi con ogni medium, preferisco studiarne pochi e migliorare in quelli.

C’è una illustrazione a cui sei particolarmente legata?
Ce ne sono alcune molto vecchie, che ho regalato, a cui tengo particolarmente perché mi piacciono ancora, nonostante veda errori ed insicurezze, i lavori a gouache dell’ultimo anno sono molto importanti per me, perché fanno parte di un progetto pensato esclusivamente sui miei gusti, seguendo soltanto quello che io voglio fare, i colori che voglio usare, i soggetti che più mi intrigano. Non dovendo pensare agli altri o ad una finalità lavorativa, li sento completamente miei e questo me li fa amare.

Stai lavorando a qualche progetto in questo periodo?
Sto lavorando con un’azienda di moda per alcune illustrazioni che verranno inserite in una serie di video rivolti alla clientela e dedicati alla vestibilità dei capi rispetto alle forme delle diverse tipologie di corpi femminili, sto anche preparando diversi portfolio destinati all’editoria, diversi progetti personali che includono una serie di gouache dedicata agli alberi, una serie in digitale dedicata alla messa in immagini di alcuni brani di musica medievale (una mia grande passione), una serie di piccole illustrazioni di dolci e una serie in digitale di illustrazioni che ampliano quella di “Little Monsters”. Sto progettando, solo nella mia testa per ora, un nuovo graphic novel in cui mi piacerebbe parlare degli sconfitti, di quelli che hanno tentato e fallito, dell’umanità che non riesce per limiti personali, ambientali, perché la vita è stronza, perché non riescono a contemplare la lotta all’ultimo sangue con gli altri che partecipano alla stessa, folle corsa verso la riuscita sociale.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Continuare a disegnare, anzitutto, e continuare a farlo divertendomi, senza avvilirmi o svilirmi se non riuscirò a farne un lavoro costante. Vorrei potermi liberare dall’angoscia del successo, perché più invecchio, più mi sembra futile quello che il successo può garantirti e quello che una buona quantità di soldi può regalarti. Mi piacerebbe svincolarmi del tutto da un’idea capitalista del talento, quella per cui se non lo metti a frutto, allora hai sprecato, insieme ad esso, anche tutta la tua vita. Sarò sempre di più delle mostre che potrei fare, dei libri che potrei pubblicare, dei like che potrei ottenere. Se sarò serena davanti ad un foglio di carta, tutto il resto sarà contorno. Non credo che sia un punto di vista rinunciatario; se non rinunciare significa invidiare, avvelenarsi il poco tempo con rancore e insoddisfazione, allora io rinuncio senza alcun problema.

Usa questo spazio per parlare liberamente alle persone che ci leggono. 
Sono una che molti definirebbero una fallita e, guardando alla maggior parte dei parametri attraverso cui si determina la riuscita di un essere umano occidentale nel 2022, questi molti avrebbero anche ragione. Per tanto tempo ho pensato anche io che il raggiungimento di certi obiettivi dichiarasse al mondo il valore di una persona e che siccome quegli obiettivi io non li avevo raggiunti, allora valessi meno di altri, però quando il mio malessere è aumentato, quando la corsa per “ritornare in carreggiata” è diventata sfiancante, ho cominciato a riflettere se fosse davvero quello che volevo o se, piuttosto, non stessi provando ad indossare vesti non mie. È un po’ il discorso che fa il movimento della body positivity applicato all’intera personalità. Se è vero, com’è vero, che non dovremmo essere noi a modificare il nostro corpo per entrare in un paio di jeans skinny, ma dovrebbero essere, al limite, i jeans skinny ad adattarsi al nostro corpo, allora magari è vero che non dovrei sacrificare la mia salute mentale per soddisfare dei modelli ciclostilati di successo, specialmente quando consideri che quei modelli sono costruiti nell’ambito di una cultura profondamente patriarcale, capitalista, accecata dall’utile come unico fine per qualsiasi attività. Sono nata donna, nella prima metà degli anni ‘70, nel sud Italia, per un bel tratto di strada ho seguito tutti i dettami per una buona riuscita e, nonostante gli sforzi compiuti, sono rimasta al palo, ascoltando chi mi diceva in continuazione di non mollare, di tener duro, perché volere è potere e per aspera ad astra. Ma poi ho visto che può solo chi vuole, ma viene da certi contesti socio-culturali e, magari, vive già negli attici, mentre tutti gli altri sono sotto a sudare pensando che se l’attico non lo raggiungono sono incapaci loro. E invece mancano proprio le scale per raggiungere quelle vette, gli attici fluttuano ad altezze per molti impossibili da raggiungere e le favole del randomico povero cristo che, sudando sangue, riesce ad emergere guadagnando soldi con cui comprare cose, soddisfacendo bisogni di seconda mano imposti da chi quei bisogni li produce, sono favole stantie e colpevolizzanti. E allora ho cominciato a cambiare, ho mollato la cima, mi sono arresa, nonostante questa sia una brutta parola e sto cominciando di nuovo a respirare, quando non hai nessuna meta da raggiungere allora il tuo passo diventa più leggero. E nonostante avverta ancora la dissonanza cognitiva tra questa consapevolezza tutta nuova e forse ingenua e quel radicato e profondo substrato culturale che ancora sussurra al mio orecchio che non posso arrendermi, sento di aver raggiunto per la prima volta un equilibrio tra quello che sono, quello che vorrei essere e quello che potrò essere date le circostanze. A quel punto disegnare, comunicare con le persone durante le sedute di psicoterapia, acquistano un altro significato e quando incontro qualcuno che, diversamente da me, ha trovato il suo posto nel mondo, non abbasso più lo sguardo.

https://www.behance.net/asterendy

 

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